
Le Ruban Blanc - de Michael Haneke
Bianco e nero digitale di un’eleganza glaciale, nessuna musica di commento (nella tradizione di Haneke), un vecchio narratore che dichiara di non essere certo di quel che racconta, due ore e venti per questo viaggio tra i misteri di una comunità protestante alla Spoon River.
La forte presenza della religione (dell’ipocrisia), il potere delle figure autoritarie, un medico, un barone, un pastore, e tutti i padri, non arrivano a imporre l’ordine che essi stessi rispettano solo in superficie, o di cui abusano con violenza, psicologica e fisica.
Da una parte abbiamo i prodromi della prima guerra mondiale, che farà esplodere le tensioni sotterranee dei paesi d’Europa, dall’altra parte abbiamo una versione in miniatura di queste manovre destabilizzanti, queste pressioni nascoste, nel villaggio che abitano i nostri personaggi.
Cio’ che è nascosto esercita sempre una forza verso la superficie, vdiamo bene questa forza agire sui personaggi, perturbare l’ordine, e manifestarsi in scoppi di violenza (sempre nascosti, nello stile di Haneke).
La colpa e la perversione sono un prodotto sociale. ecco una società che ha dunque del tutto interesse a mantenere il segreto a proposito delle sue responsabilità, e che di conseguenza preferisce sempre il pettegolezzo all’inchiesta, nascondere l’orrore piuttosto che affrontare le contraddizioni del sistema e guardare negli occhi il frutto malato della società.
Una palma d’oro meritatissima per un film che si impone come un classico, un’opera solida, con uno stile misurato, una perfezione diabolica, una perfetta corrispondenza tra forma e contenuto. Fedele ai suoi scopi e al suo stile, Haneke arriva a rinnovarsi e a superarsi ancora. Un po’ duro all’inizio, il film prende il tempo che serve per guadagnare l’attenzione, la fiducia, e infine l’adorazione febbrile dello spettatore: i cui sforzi sono infine ben ricompensati, come sempre nel grande cinema d’Haneke.